La persistente realtà del crack nel bosco della droga a Milano

A Milano, nel “bosco della droga” vicino a San Donato Milanese, persistono problemi di tossicodipendenza e degrado ambientale nonostante gli sforzi di bonifica avviati dall’ex prefetto Renato Saccone.
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Il fenomeno del consumo di sostanze stupefacenti continua a persistere nell’area nota come “bosco della droga” a Milano, nonostante gli sforzi di bonifica. La situazione è complessa e preoccupante, con un flusso costante di tossicodipendenti che si muovono tra i rifiuti. Le recenti piogge hanno portato alla luce rifiuti interrati, evidenziando la grave situazione ambientale e sociale di questa zona.

La geografia del bosco della droga

L’area in questione è delimitata da una massicciata e da una recinzione, che presenta buchi creati da graffitari. La via Giuseppe Peppino Impastato, dedicata al giornalista siciliano assassinato dalla mafia, costeggia i binari della metropolitana. Qui, nei pressi del capolinea di San Donato Milanese, si trova un’area che, sebbene segnalata come “videosorvegliata”, è diventata un rifugio per chi cerca sostanze stupefacenti.

La bonifica dell’area, avviata in parte grazie all’intervento dell’ex prefetto Renato Saccone, ha portato a un miglioramento visibile. Tuttavia, la presenza di tossicodipendenti rimane costante, con un passaggio di clienti che avviene ogni quindici o venti minuti. Questo fenomeno è spesso trascurato nei dibattiti pubblici e nelle campagne elettorali, nonostante la sua gravità.

La vita quotidiana nel bosco

Durante le ore diurne, l’area è frequentata da giovani, coppie e adulti, che si avventurano nel bosco per acquistare e consumare droga. La situazione è resa ancora più drammatica dalla presenza di rifiuti e sporcizia, con sentieri che si intrecciano in un paesaggio degradato. In alcuni punti, si possono osservare escrementi umani e resti di vomito, segno di una vita vissuta ai margini della società.

Un’osservazione attenta rivela la presenza di una donna e un uomo in un’area isolata, circondati da bottiglie di birra e rifiuti. La loro vigilanza sugli accessi è palpabile, e ogni movimento viene monitorato con attenzione. La comunicazione tra i vari gruppi avviene attraverso segnali, come fischi, che avvertono della presenza di estranei.

La realtà dello spaccio

Nel cuore di questo enclave, si trova una tenda che funge da punto di spaccio. L’installazione, malandata e trascurata, è attrezzata con un tavolino dove vengono esposti droga e denaro. I venditori si alternano, muovendosi a piedi e senza mezzi, come normali passeggeri della metropolitana. La vicinanza con un insediamento di sinti, che ha creato il Museo del viaggio Fabrizio De André, aggiunge un ulteriore strato di complessità a questa realtà.

Il consumo di crack è visibile e palpabile. I tossicodipendenti, spesso in condizioni fisiche precarie, si muovono tra i rifiuti, cercando di soddisfare la loro dipendenza. Un ragazzo, ben vestito ma visibilmente magro, si avvicina per acquistare la sostanza. La sua reazione, una volta consumata la dose, è drammatica: barcolla e sembra non accorgersi di nulla, evidenziando l’impatto devastante della droga sulla vita delle persone.

Un’area dimenticata dalla società

La situazione nel bosco della droga è un chiaro segnale della fragilità sociale e della necessità di interventi più incisivi. La lotta contro la tossicodipendenza e il traffico di sostanze stupefacenti richiede un approccio integrato, che non si limiti a interventi sporadici ma che affronti le radici del problema. La presenza di rifiuti e degrado è un riflesso della mancanza di attenzione e di risorse dedicate a queste aree vulnerabili.

In questo contesto, è fondamentale che le istituzioni e la società civile si uniscano per trovare soluzioni efficaci e durature. La lotta contro la droga non può essere relegata a un tema marginale, ma deve diventare una priorità per il benessere della comunità.

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